lunedì 2 luglio 2007

Molta gente mi ha detto che dovevo scrivere qualcosa sulla festa di inizio estate che abbiamo tirato su venerdì scorso e allora eccomi qui, il giorno prima dell'ennesimo esame, provando a buttare giù due righe.



E' vero, dovrei scrivere molte cose, ma è difficile farlo. Come fai a raccontare una cosa come quella di venerdì senza scadere nella retorica, senza ritrovarti a dire che "è stato tutto bellissimo...una festa riuscitissima...grandissimo moises...fantastici i soliti emmesurio e bubu...tutti bravissimi...tutto bellissimo, davvero..."





Alla fine, chi c'era sa (e se vuole può commentare in questo post) e chi non c'era può solo immaginare lontanamente cosa si sia perso.









La rifaremo? Non so, non credo.







Da una parte credo che sono cose così belle anche per il fatto che sono uniche e provare a ripeterle toglierebbe senza dubbio qualcosa al clima dell'altra sera. E, oltretutto, non credo che casa reggerebbe ad un'altra devastazione simile.







Ad ogni modo una cosa sola voglio dire, e ci tengo davvero a farlo.








Grazie.






Grazie davvero, a tutti quanti.









Grazie Emanuela, Moises




Bubu, Emmesurio




Daniele, Gabriele, Chiara, Lucia, Flavio, Federica, Betta 1 & Betta 2










Chiara, Benedetta, Ilaria, Sara, Betta, Andrea, Giacomo e la sua donna




Furetto, Guido, Simone








Benedetta, Francesca, Noemi, Giovanna




Maso & Welby








Zalba, Massimo, Marcello, Francesco
















Bea, Ilaria, Carmen, Miriam, MariaGiovanna, Roberto, Emanuele










Lorenzo, Martina, Gabriele e donna








Peppone e Simone








Silvia, Federica, Matilde, Gabriele, Peppe, Paola e la sua amica








Raffaele, Emiliano, Daniele






Sandro, Andrea, Umberto, Emme, Federica, Reggio, Chino, Bertozzi








Maria Pia, Giuseppe, e le loro due amiche






Laura, Thomas, Noemi













Grazie a tutti voi. Grazie a quelli che non conoscevo e di cui non ho mai saputo il nome. Grazie a quelli che non ricordo. Grazie a quelli che sono passati, anche solo per poco a fare un saluto e a spararsi un bicchiere di sangrìa.





Grazie.







Se ci siamo divertiti così, se tutto è stato quello che è stato, è solo merito vostro, perchè non basta riunire tanta gente ed innaffiarla di alcol per rendere grande una festa.



C'è bisogno di qualcosa di più, che non so cosa sia ma so che venerdì c'è stato e questo basta.

































MA MICA HAI ORGANIZZATO UNA FESTA SUL TERRAZZO, VERO? - mamma, mezz'ora prima che tutto iniziasse


MA COSA DIAVOLO AVETE FATTO QUI?? - Roberto, appena arrivato


SEI UN GRANDE UOMO - Bubu, tutta la serata


STO SOGNANDO, VERO? E' TROPPO SURREALE. SI' DAI, E' UN SOGNO, DOMANI CI SVEGLIAMO - Daniele, nel mezzo della spaghettata alle 2 di notte


FIETTA!!! FIETTA!!!!!! - Moises, zompettando


SODOMA E GOMORRA! - Bubu, alle 4 e 30


VOI SIETE COMUNITARI! VOI QUESTE COSE NON LE FATE! - Umberto, guardando sbigottito la folla















HO VISTO BENE? E' SANGRIA QUELLA?


 

sabato 16 giugno 2007

QUINTO GIORNO

(anche il rock finisce, si spengono le luci, si scende dal palco...)





La sveglia suona e non sono passate che due ore e mezza da quando l'avevamo impostata.

Il nostro viaggio, all'insegna degli occhi arrossati e dell'accelleratore sempre spinto al massimo, è tutto riassunto nei nostri sguardi confusi, mentre aspettiamo con le valigie in mano che Tato esca dalla sua camera.



E' puntuale, stranamente. Nel vederlo uscire sbadigliando - martire improvvisato per colpa di due italiani qualunque - mi rendo conto di avergli giocato un brutto tiro. Ma ormai quel che è fatto è fatto, c'è bisogno di un ragazzo che si immoli e quel ragazzo è lui, il nostro Tato, che ci accompagna alla stazione degli autobus di Granada puntualmente alle 9. Proprio quando il nostro pullman dovrebbe partire.





(Grazie mille Tato, dico davvero, però penso che...ecco, forse troppa puntualità fa male. Per il futuro cerchiamo magari di muoverci con un po' di anticipo, un minimo...cioè, è un'idea...giusto per evitare poi scene come quella, con io che vado a parlare col conducente per evitare che parta senza di noi e bubu che chissà come riesce a comprare due biglietti in extremis per Madrid...insomma è andato tutto bene, ma un po' abbiamo rischiato e forse sarebbe meglio evitare...un consiglio, per il futuro...)







Il viaggio è lungo. Cinque ore più una mezz'ora di pausa per sgranchirci le gambe e fare colazione. Credo sia almeno la decima volta che faccio quella tratta in pullman. E quindi sarà almeno la decima volta che vedo quel pulman fermarsi - sempre - allo stesso bar.



Quasi mi viene da salutarli tutti come vecchi amici, il conducente del pullman e il tizio al bancone e la donna alla cassa, sono tutti lì, come sempre, immobili sentinelle delle anime dei viandanti.



Se ne avessi davvero la capacità, scriverei un libro su quel posto e probabilmente non finirei mai, cercando di raccontare come sia possibile che esista davvero un posto del genere, un'eterna locanda Almayer che anzichè dare sul mare si affaccia su una strada qualunque, deserta, attraversata solamente da questi pullman carichi di gente di ogni tipo. E quello che portano davvero questi pullman non sono persone ma speranze e attese. Sogni, perfino.

Un bar che è una finestra sul mondo in transito.



Ed oggi ci siamo anche noi a popolare quei pullman lì, io, bubu e questa strana smania di vita che ci ha portato laggiù, nel pieno deserto tra Granada e Madrid con una storia che potrebbe sembrare folle se solo ci mettessimo a raccontarla a quella gente.



Ma non è un viaggio di ritorno il nostro - questo bisogna dirlo - perchè la vera verità è che i nostri viaggi - tutti i nostri viaggi - sono di sola andata, sempre.

Non esiste ritorno quando viaggi verso la vita.

Può sembrare difficile da capire, e senza dubbio è impossibile da spiegare, ma quello che stiamo davvero facendo non è tornare a Madrid, o tornare a Roma. Noi stiamo andando.

Lì dov'è la nostra vita, lì dove ci attende la nostra storia, sempre avanti, senza voltarci.



No, non esiste nessun ritorno.



Nessun viaggio di ritorno.





















Alle 14.30 siamo a Madrid.



Come al solito, il tempo stringe. Il nostro aereo parte alle 16.10 e questo vuol dire che il check-in chiuderà alle 15.30.

Non c'è tempo per sgarrare.



Un pullman ci porta di volata al terminal 4 dell'aeroporto, entriamo correndo e alziamo lo sguardo ai monitor. Il cervello vola all'impazzata mentre vediamo la nostra paura materializzarsi, assieme ad un'immagine, ed è quella di noi due, sperduti, mentre giriamo senza un'euro per le strade di Madrid.









Il nostro volo non è segnalato.











Il nostro aereo non parte dal terminal 4.









Ci guardiamo attorno, chiediamo al primo passante che troviamo





- mi scusi, i voli ryanair? da dove partono? da che terminal?





- ehh...non so...terminal 1 mi sembra...





- e come ci si va?





- lì ci sono le navette...sono gratuite...ci vorrà una decina di minuti...







Voliamo.



La nostra salvezza dipende da un passante sconosciuto e da un suo "mi sembra", ed è un pensiero che dà i brividi.



Alle 15.20 siamo di fronte ai monitor del terminal 1. Sfogliamo con lo sguardo rapidamente.



I voli Ryanair ci sono, bene.









...16.00....16.05....16.15....





....







...16.05...16.15...16.15...16.20...





...cazzo...





...16.00....16.05....16.15....









Il volo delle 16.10 per Roma non c'è.







Cazzocazzocazzocazzocazzocazzocazzocazzo







Guardo bubu, e credo riesca a leggere bene la mia paura.









Corriamo! Andiamo al T2, forza!









No aspetta...guarda qui!









Con il dito indica un volo ryanair, delle 16.40.



Per Roma.









Quei froci si sono sbagliati a scrivere. Sportello 160...andiamo!









Ovviamente, correndo.









Raggiungiamo il bancone con qualche minuto di anticipo rispetto la chiusura. Non c'è nessuno in fila e l'hostess avrà riso dentro di sè vedendo arrivare i soliti italiani all'ultimo minuto, con i loro bagagli, in una corsa rocambolesca contro il tempo. Ma non ha importanza, prendiamo i nostri biglietti fieri di aver concluso alla grande l'ennesima avventura e di aver superato da campioni l'ultimo imprevisto.









E' la giusta scena per la chiusura del film.







Bubu e fra, sudati e finalmente rilassati, all'aeroporto di Madrid.









La grande avventura è finita.











Ma non possiamo lasciare ad una terra straniera un onore simile. Se tutto deve finire, è giusto che lo faccia qui, dove tutto è iniziato.







E per questo, c'è tempo per un'altra scena, l'ultima.






Quella davvero conclusiva.

























































E l'ultima scena, è una foto.



























































The end.

giovedì 7 giugno 2007

CUARTO DIA


( que ya es nuesto ultimo dìa granaino y lo pasamos jugando, como niños, como siempre)





Sono nemmeno le 10.00.

Alcol e stanchezza si fanno sentire, ma non durano che un istante. Il tempo di cambiarci, di indossare un paio di magliette qualsiasi, provare al volo gli scarpini e poi via di corsa, fuori di casa, el partido ci aspetta.



Difficile spiegare di cosa si tratti, effettivamente. Il calcio visto così è qualcosa di strano, ha un sapore perduto, come una vecchia favola della quale ricordi a mala pena il finale. 



Il campo di gioco, alla ciudad de los niños, non sono che due porte piazzate su una distesa di terra ed erbaccia. Ed i giocatori, ben lungi dall'essere professionisti, sono circa 25. Sul momento si improvvisano 3 squadre e si parte, senza una logica, senza un perchè, giusto una minima divisione dei ruoli e poi di corsa, tutti ad inseguire quel pallone come indemoniati.



E' un gioco strano, non è il calcio cui siamo abituati noi. E non è neppure calcio ma qualcosa di meno, di più piccolo, che forse un nome non ce l'ha nemmeno. Ma è proprio nella sua apparente semplicità che ritrovo qualcosa che avevo perso tanti anni fa, quando tiravo i miei primi calci ad un pallone a villa torlonia, ed è quella pura irrazionalità e quel piacere insensato di correre a perdifiato dietro un pallone, semplicemente questo, come fosse l'unica cosa importante al mondo.



Questo è il gioco che si gioca qui, è tutto qui, e a guardarli da fuori non stupisce che non abbiano mai vinto un mondiale.



E non stupisce nemmeno che si divertano così tanto, giocando.


Guardo bubu e lo vedo sorridere come un bambino, e penso che in effetti è questo che siamo, noi con i nostri scarpini arrangiati e le nostre magliette sporche di sudore e divertimento, eterni bambini felici.








*Favoloso. Rincorrere un pallone, senza un senso, senza un filo ma solo perchè è bello.

Il gusto del gol muove tutti, l'anarchia in campo, l'importante è divertirsi.

Il calcio vero è senza dubbio questo, onorato di farne parte.

Una continua, infinita emozione, il pallone ti freme, ci fa sognare un divertimento eterno.










Ecco, nessuno troverà mai parole migliori di queste. Da inutile discepolo posso solo fare copia incolla.

















Tornati a casa, più giovani di almeno 10 anni, ci attendono doccia e un'abbondante paella, di quelle buone, di quelle che fa Sisa ogni volta che mi ospitano perchè sa quanto mi piace.





C'è il tempo per una siesta e per farsi due chiacchiere in assoluto relax prima dei saluti. Anche se è diventata routine, resta sempre un momento particolare, salutare delle persone care sapendo che di lì a poco migliaia di chilometri vi separeranno. Non è facile, ma si deve fare e lo facciamo al meglio delle nostre possibilità, tra valanghe di ringraziamenti e di tanto restiamo in contatto e di ci vediamo presto, dai, tanto agosto è vicino. 





Lasciamo calle averroes che sono le sette passate e veniamo scarrozzati in macchina a Loja, paesino ad una ventina di minuti da Granada. E' il sabato di pentecoste ed abbiamo deciso con bubu di fare lì la celebrazione, con quella che considero tuttora la mia comunità granadina. Forse questa scelta non farà piacere alla nostra comunità d'origine, ma l'occasione era più unica che rara ed andava colta.



E la veglia, nonostante i numeri non siano dei migliori, non delude le aspettative. E' presente solo metà comunità, una trentina di persone in tutto, e mancano dei grandi elementi (su tutti l'indimenticabile Alfonso) ma i giovani ci sono tutti, e bastano loro a tener viva l'atmosfera, durante e soprattutto dopo la celebrazione, con un'ora di autentico cabaret granadino assolutamente memorabile.



Dopo aver costretto il sottoscritto a ballare in maniera pietosa una sevillana ed un balletto dei backstreet boys - no, non sto scherzando - giunge il momento della buonanotte.

La sveglia, per loro che non hanno un pullman e un aereo da prendere, è fissata alle 8 e mezza, e da persone responsabili vanno a letto ad un ora decente.



Noi no, responsabili non lo siamo di certo, e se siamo arrivati fino a questo punto un ultimo sforzo, un'ultima dose di vita ce la possiamo iniettare nelle vene e così, assieme al Carlos e a Tato e a Juan e a Dani e a Herman, attacchiamo la playstation 2 al televisore.







Iss Pro 6, che qui è un'istituzione, quasi più che in Italia.







Il mondiale lo iniziamo alle 2.





Andata e ritorno, 3 squadre da due giocatori l'una più una squadra con il solo Herman.





Alle 5, dopo 3 ore agguerritissime, la sfida volge al termine e l'italia esce devastata, umiliata con un ultimo posto probabilmente meritato. Bubu era alle sue prime partite ed io decisamente non ero in giornata. Ne approfitta Tato, a mondiale finito, per propormi una delle nostre eterne sfide, stavolta a botta secca, e ovviamente stravince, passeggiando con la sua Spagna sopra i miei azzurri.



E' così contento che quasi non pensa al fatto che, due ore e mezza dopo, dovrà svegliarsi per portare questi insopportabili italiani alla stazione degli autobus di Granada e poi tornare di nuovo lì, a Loja, ed affrontare una nuova giornata, attingendo chissà dove le forze.



Spento il televisore, scattate le ultime foto, con gli sguardi stravolti di chi ha esagerato per l'ennesima volta, abbracciamo ad uno ad uno tutti quanti.





Nos vemos en agosto, chesco. A la boda del Dani.





Poco ma sicuro, ragazzi.



Grazie di tutto.









Buonanotte Juan, Dani, Carlos, Herman.









A tra poco, Tato.













Grazie, Bubu.

sabato 2 giugno 2007

TERCER DIA


(que si fueramos en el Señor de los anillos se llamarìa Muchos encuentros)





Finalmente si dorme, su un letto, per tutto il tempo che ci pare. Forse un po' troppo, visto che il primo giorno granadino di bubu inizia verso l'una, quando decidiamo di andare da auchan per comprare dei beni di prima necessità (deodorante e jamon de pato).


 


La nostra breve mattinata si conclude con un abbondante pranzo spagnolo in compagnia di Don Mariano, il quale inizia giustamente a chiedersi cosa diavolo ci faccia a Granada una volta al mese.


Ad ogni modo è contento di vedermi e di conoscere Bubu, del quale conosceva già praticamente tutta la discendenza. Neanche ci sorprende troppo, a dire il vero.


 


Nel pomeriggio bubu si concede una siesta, giusto per far capire di non temere in alcun modo le tradizioni straniere, mentre yo me voy a tomar un cafè con leche en compañìa de una muy buena gente. No han sido las 3 horas a las cuales estaba acustumbrado, pero està bien asì...me lo pasè genial, como siempre.


Por cierto, aquì va mi quinta despedida, y ahora ya està. Las proximas seràn en agosto!







L'appuntamento con Bubu, Juan e Lorena è alle 6 e finalmente c'è modo di mostrare a Bubu parte delle bellezze granadine. In particolare decidiamo di giriare per l'Albayzin - tutta in salita, perchè figurati se ci fermiamo mai - fino ad arrivare al mirador de San Nicola, dove riposiamo un po' tra hippies e una "vision pivilegiada de la alhambra".



Verso le otto e mezza, finalmente, abbandoniamo il mirador e bubu fa il suo ingresso nel luogo che più di qualunque altro ha rappresentato i miei mesi spagnoli.


 


Il leggendario pub Finnegan's, con il suo altrettanto leggendario proprietario Simon



(il "leggendario" è d'obbligo soprattutto perchè non lo si è visto praticamente per tutta la serata, e forse è stata una mossa sconsiderata lasciare l'intero pub in balia di quella massa di ubriaconi)


 





Siamo i primi ad entrare nel locale, ma di lì a poco la gente della comitiva inizia ad arrivare.



E, anche se non ci sono tutti, ovviamente, è bello incontrare Sara, la ragazza di Dani, che quest'estate si sposerà e le ho promesso che avrei ballato la sevillana con lei al suo matrimonio,


e Alberto e Carlos, che sono gemelli e dopo un anno e mezzo che li conosco ancora non ho imparato a distinguerli se non per le rispettive ragazze,





e Laura, che è la ragazza di Alberto ed è l'unica che abbia provato - senza riuscirci, ovvio - a farmi imparare qualcosa di spagnolo che non fossero parolacce,





e Davinia che è la sorella di Lorena oltre ad essere la ragazza di Carlos, perchè lì in mezzo gli intrecci tra famiglie riescono proprio bene,





e Maria, chiamata appositamente da Moises per concedermi un secondo saluto così da farci passare l'ennesima serata davvero magnifica





e il grandissimo Manolo che non manca mai ed è amico di tutti, e non perchè sia una persona falsa o chissà cosa, ma solo una gran persona, nel senso più profondo del termine, dico davvero,






ed il cugino di Sara che tutti quanti chiamano "primo" e anch'io chiamo così ma la gente non sa che lo faccio perchè non ho mai saputo il suo nome e nonostante questo l'ho invitato più e più volte a venire a Roma, visto che sarebbe il suo sogno,





e il mitico Bonaventura, che è forse l'unico spagnolo che abbia incontrato ad essere un vero signore, elegante dentro 






e tutti quelli che non ricordo ma che sono passati a fare un saluto, oltre ovviamente ai soliti Juan e Lorena e Dani e Javi e Moises, tutti lì, in quel pub minuscolo che ormai è casa loro - casa nostra - a bere litri e litri di birra, e ridere e scherzare e dimenticare per un po' tutto il mondo che ci siamo chiusi dietro quella porta di legno, perchè ogni tanto fa bene fermarsi e staccare la spina del tutto.






 



Ovviamente gli italiani non possono non diventare l'attrattiva della serata, così Juan e gli altri provano a stupire bubu offrendogli un qualche super alcolico misterioso che lui butta giù a stomaco vuoto come fosse acqua fresca. Ci vuole ben altro per intaccare un fegato resistente a bicchieri su bicchieri di Centerbe.


 


Juan e Dani rimangono allibiti.








L'orgoglio italiano è intatto.











Il corpo di bubu un po' meno.









A vederlo barcollare lungo la gran via, mentre torniamo a piedi con Moises in un giro notturno di tre quarti d'ora che ha dell'epico, verrebbe da pensare che sia brillo per l'alcol. Ma io lo conosco, e so che quella "bomba alcolica" non ha davvero sortito alcun effetto su di lui, e se ora evita a fatica i pali e i semafori e grida frasi sconnesse in uno spagnolo improvvisato è solamente un suo modo di ringraziare, me, moises, la spagna, ma soprattutto la vita, perchè ogni cosa è meravigliosa in questo momento, e non si può certo fare finta di niente e tornare a casa in silenzio.











Bisogna gridarla, la felicità.
















Con tutto il fiato che si ha in gola, finchè c'è ancora forza.
























Alle 2 siamo tutti sotto le coperte.







Ancora una volta chiudiamo gli occhi che è notte fonda.

Ancora una volta chiudiamo gli occhi che siamo esausti.

















Ancora una volta chiudiamo gli occhi che siamo felici.







grati.


giovedì 31 maggio 2007

SEGUNDO DIA


(o el Ian Anderson es un cabròn, coño!)


 


 


Non so se abbiamo veramente dormito. Di certo non abbiamo riposato.


 


Sono passate meno di tre ore quando apriamo gli occhi e realizziamo che è ora di fare il check in per il nostro secondo aereo. Sciacquarci la faccia nei bagni dell'aeroporto serve a poco. Sui nostri volti è ancora scritta la follia del giorno precedente, e non potrebbe essere altrimenti.


Eppure, nonostante questo, siamo pronti ad affrontare un altro giorno, un altro viaggio, un'altra avventura.










Via, verso Siviglia, in un tunnel inesorabile verso l'assurdo.



 


 


 


 


 


 


 


 


 




Più volte, nelle settimane passate, mi ero chiesto come mi sarei sentito, stando seduto in quell'aereo.


 


 


Cosa possono provare due italiani, in un viaggio dall'irlanda alla spagna, come non avessero patria, nè meta?


 


 


Dare una risposta non è facile, neppure per me che l'ho vissuta.


 


 


Stanchezza, certo, ma quello è normale dopo le follie del giorno precedente.


E soddisfazione, ma anche quello è scontato.


 


 


 


Ma per assurdo mi ritrovo un pensiero nella testa, anzi una (pessima) citazione musicale.


 


 


 


 


Le distanze ci informano che siamo fragili.


 


 


 


 




No.


 


 




Affatto.


 


 

Le distanze ci informano che siamo forti. Forti come non mai, perchè noi, quelle distanze, le abbiamo annientate, annichilite, distrutte.


 


 


Non c'è più distanza, lontananza, spazio fisico che tenga, ora che possiamo dividerci e spalmarci su tre nazioni


 



 


// tutto in quel nostro gesto


 


 


// bastano pochi giorni e un po' di volontà


 


 


 


// ogni distanza è vinta


 


// partire e tornare vincitore


 


 


// fargliela vedere, a questo mondo qui


 


 


 


 


// fargli capire che non lo temiamo,


 


// lui, e le sue distanze, e i suoi chilometri, no, non li temiamo


 


 


 


 


 


come puoi non sentirti incredibilmente forte di fronte a tutto questo?


 








 


 




 


 


 


 


Atterrati a Siviglia c'è il tempo per uno dei dialoghi a suo modo migliori di tutto il viaggio.


 


 


 


 


- Ieri eri nel volo roma-dublino vero?


- Come?


- Sì, ieri hai fatto la hostess nel volo che veniva da Roma, vero?


- Sì, ma...cioè, c'eravate anche voi?


 


 


 


Indimenticabile.





 


 


 


 


Da Siviglia non ci restano che due modi per andare a Granada, meta effettiva del nostro (secondo) viaggio. Il primo è banale e scomodo: autobus.


 


Ma noi non ci accontentiamo di una soluzione così scontata. Vogliamo di più, vogliamo essere rock fino in fondo. Per questo ci dirigiamo con passo sicuro verso i noleggi auto.


 


 


 


80 euro solo noleggio per un giorno è l'offerta migliore che riusciamo a trovare.


 


 


 



Optiamo per il modo banale e raggiungiamo Granada alle 5 e mezza del pomeriggio a bordo dei potenti mezzi dell'alsina graells, che non saranno rock, ma almeno ci permetteranno di mangiare, e non è poco.


 



 


 


 


Dopo un rapido saluto alla famiglia spagnola e le presentazioni di rito veniamo trasportati al Coliseo di un pueblo vicino Granada dove si sarebbe svolto il concerto dei Jethro Tull + Glendalough.




 


Il tempo di salutare Lorena e veniamo messi al corrente della situazione: Ian Anderson ha sentito suonare Cristobal, il flautista dei Glendalough, e non accetta che gli facciano da spalla.


 


 


 


Teme che gli rubino la scena.


 


 


 


 


- O suonate senza flauto o niente.


 


- Senza flauto noi non suoniamo, poco ma sicuro.


 


 


 


 


 


Allucinante.


 


 


 


 


 


Vedo Ian Anderson passarmi pochi metri di distanza e l'unica cosa che mi viene da chiedermi è come possa essere tanto idiota.


 


 


 


Che fosse una persona arrogante e piena di sè l'ho sempre saputo, o almeno sospettato. Il suo comportamento me l'ha confermato.


 


Per fortuna interviene il solito Juan a risolvere la questione. Non che ne avessi mai dubitato veramente. A perdere, lui non perde mai. Atterra in piedi sempre, qualunque cosa capiti. E anche stavolta, si inventa un pezzo dei suoi, prova a parlare direttamente con Ian il quale gli rigira il suo manager, e gli basta poco per convincerlo:


 


 


 


 


 


Che è questa storia? Il grande Ian Anderson ha paura di un gruppo di ragazzi di 25 anni? Un dio del rock che si fa spaventare da un gruppetto di provincia? Ma si rende conto di quanto sia ridicolo? E c'è pure gente venuta apposta dall'Italia....


 


 


 


 


 


E' fatta, si suona.


 


 


 


 


 


Tempo 10 minuti e abbiamo caricato tutto l'armamentario del gruppo sul palco. Djembè, batteria, pianola, amplificatori, cavi...tutto montato a tempo di record.


 


L'imprevisto con Ian Anderson ha rubato tempo prezioso alla prova strumenti che difatti si svolge in un quarto d'ora mentre la gente già entra per il concerto chiedendosi chi siano quei mocciosi sul palco.


 


 


 


 


Ma sono dettagli insignificanti, tutto viene dimenticato quando quei mocciosi iniziano a suonare e tutto sembrano meno che novellini, Jesus con le sue percussioni, e Javi con il suo piano e Juan con il suo violino e Cristobàl col suo flauto e Jesus con la sua batteria e Rafael con la sua chitarra, e Dani col suo basso, loro e la loro musica che viene dal nord, dall'irlanda per assurdo, proprio come me e bubu, musica celtica, da ballare, e infatti di lì a poco la gente si alza in piedi ed inizia a muoversi, a saltare, senza paura di sembrare cretina, così, come viene.



 


 


 


Da applausi, tutto quanto.





 


 


 


Il momento di gloria dei Glendalough dura mezz'ora. Allo scadere, devono lasciare il posto al gruppo serio, quello importante. Quello famoso.


 


I Jethro Tull si presentano per quello che sono, senza nascondersi: un gruppo di vecchietti, troppo in là con l'età per suonare ancora vero rock, ma ancora troppo ardenti per ritirarsi dalle scene. Il risultato è una miscela strana, suonata a volume non troppo alto perchè chissà, magari le orecchie non reggono più come un tempo, ma che non manca di concedere momenti intensi, figli della classe che fu.


 


L'attitudine rock di un tempo è quasi svanita, lo testimonia una versione completamente distrutta di Aqualung, e ciò che è rimasto è un flautista indemoniato che sul palco gioca di esperienza, con smorfie e ammiccamenti alla folla adorante già rodati in decenni di concerti.



 


 


 


 


Proprio quando il concerto inizia ad annoiare, i Jethro Tull abbandonano il palco, a testimoniare almeno un gran senso della misura. Non faranno concerti indimenticabili, ma l'esperienza chiaramente non è acqua.


 


 


 


 


Nel dopo concerto possiamo finalmente fare due chiacchiere con i ragazzi, visibilmente rilassati e soddisfatti ella prestazione. Si scherza nei camerini per ancora un paio d'ore (il tema portante è ovviamente la presa in giro dei Jethro Tull ed il compito è perfettamente assolto) finchè persino Juan non si rende conto di essere stanco morto.


 



 


Bubu, lui è crollato a fine concerto ed è più che giustificato. Trovarsi catapultato tra la parlantina di Juan e di Javi, e la loro tipica irruenza spagnola senza riuscire a capire una sola parola avrebbe steso chiunque. Figurarsi dopo le ultime 48 ore.



 


 


 


Una volta a casa ci stendiamo a letto in due minuti.



 


 


 


 


 


 


Chiudiamo gli occhi che sono le 2, più o meno, chiedendoci da dove diavolo abbiamo tirato fuori tutte quelle forze.





 


 


 


 


 


 


 


 


E, soprattutto, cosa mai abbiamo fatto di buono, nella vita, per meritarci tutto questo.

martedì 29 maggio 2007

[Tante cose da dire. Troppe cose da scrivere.




Ma da qualche parte bisognerà cominciare, prima o poi, ed è bene farlo in fretta, finchè i ricordi, le


immagini, i suoni e le emozioni sono ancora qui, dipinte da poco nel quadro della nostra storia.]









Epopea in cinque atti


[tranquilli, i prossimi saranno più corti del primo]











FIRST DAY


(or how much Ryanair sucks)





Certo tutto avremmo potuto prevedere ma non questo.


Forse nemmeno pensavo fosse possibile.



 



Sì, avevo sentito degli scioperi dell'alitalia del giorno prima, ma che questo potesse comportare un ritardo di SETTE ore al nostro volo, davvero, non me lo sarei mai aspettato.




E però è così, alle 9.30 ci ritroviamo a contemplare quel monitor che segnala la partenza del nostro aereo per le 17.00 e non è che ci sia molto da fare di fronte a cose così. Puoi giusto incazzarti, o riderci su e noi scegliamo questa seconda opzione perchè la frenesia e l'attesa e quella sensazione di star compiendo qualcosa di grande, tutto questo è troppo forte per essere vinto da un'imprevisto qualunque.






Non c'è niente da fare, quel sorriso dalla mia faccia non se ne va, non se ne può andare.


 


 




Sette ore sono tante ma non siamo certo arrivati fin lì per essere rimandati a casa e tornare il pomeriggio.


Noi si resta - e si lotta. Con riviste, giri per l'aeroporto, dormite rigeneranti e soprattutto tanto cazzeggio.



Alle 17 siamo ancora lì, come nulla fosse successo.





Durante il viaggio scopriamo con piacere di non essere gli unici che si siano imbarcati per Dublino col solo scopo di vedere la Dave Matthews Band dal vivo, ma i nostri compagni di avventura ci aprono gli occhi sul reale rischio che stiamo correndo: perderci parte del concerto.


Può sembrare strano, ma questa possibilità non mi aveva minimamente sfiorato talmente sono abituato ai concerti nostrani che se iniziano prima di mezzanotte già è tanto. Ma Dublino non è Roma - e il Point Theatre non è certo il Circolo degli artisti, come avremmo scoperto di lì a poco - e la possibilità che il concerto inizi effettivamente alle 8, magari mentre noi stiamo uscendo dall'aeroporto, è spaventosa.






L'hostess non fa che chiedere "apologize" mentre i miei propositi di vendetta si fanno ancora più acuti.


 




E quando, dopo una corsa in taxi costata oltretutto cara, arriviamo alle 9 meno un quarto al Point Theatre con tanto di borse al seguito e con la voce di Dave che canta il finale di When the world ends, la vendetta diventa un imperativo.







Non so chi sia, o in che parte del mondo si trovi, ma sappia quell'uomo, responsabile di un tale, vergognoso ritardo, che pagherà.


E può solo pregare il suo Dio, se mai ne ha uno in cui credere, che tra le canzoni che abbiamo perso non ci siano Grace is gone e soprattutto All along the watchtower, perchè...








Non faccio in tempo a terminare il pensiero che vengo inondato dalle note di Grey street.





E basta questo.






Sorrido come un idiota.







Quell'uomo, chiunque sia, è fortunato.






Sono lontano dal palco, il concerto è iniziato da chissà quanto tempo eppure su Grey street mi ritrovo a pensare che questo già basterebbe.




E non è che l'inizio.







Quell'uomo, chiunque sia, è davvero fortunato.





Il concerto è iniziato da un quarto d'ora e no, non hanno suonato nè Grace is gone nè Along the watchtower.



 






Ora, cosa sia la Dave Matthews Band dal vivo non mi sogno nemmeno di provare a descriverlo. Senza alcuna paura di essere smentito dico che sono tra le prime 3 migliori band dal vivo attualmente in attività. Li vedi suonare, li vedi divertirsi, e come fai a non divertirti anche tu...ti rimettono in pace col mondo, semplicemente.





Il violinista scalmanato, quello lì con la tromba e la testa minuscola rispetto al resto del corpo, il batterista mostruoso...e stanno lì, li vedi come vecchi amici seduti a un bar a chiacchierare ma quello che si dicono non sono parole, ma è musica, ed è questo ad essere, davvero, meraviglioso,





ed inspiegabile.





Una meraviglia alla quale puoi assistere solo a bocca aperta.






Le due ore e mezza di concerto volano, e quando se ne vanno dal palco per la seconda ed ultima volta c'è spazio per un solo pensiero: ne voglio ancora.



 




All along the watchtower, no, non l'hanno fatta. E non hanno fatto nemmeno Grace is gone.


 


E non potrebbe importarmene di meno.


 


 


 


Piuttosto aleggia nell'aria la sensazione che non possa essere finito tutto così. Manca ancora qualcosa.



Forse è proprio quella sensazione che ci fa temporeggiare più del normale al Point Theatre - chi può dirlo - fatto sta che quando ci avviamo verso il centro di Dublino con un'altra coppia di ragazzi italiani siamo gli ultimi a lasciare quel posto.





Chissà, se ce ne fossimo andati via prima forse non avremmo intravisto quel capannello di gente sulla destra, ad accerchiare due furgoncini. E non avremmo sentito quella voce - second van! - ad indicarci dove si trovasse Dave.


 


 






Il primo a capire qualcosa è stato quell'italiano.






*La macchinetta! La macchinetta, presto!*






Lo seguo a ruota e in 3 minuti mi trovo a stringere la mano e scattare foto a quello stesso grande uomo che ci aveva fatto letteralmente sognare dal palco, poco prima.





(Lo dicevo io che non poteva essere finita qui!)






Si concede a tutti, firma autografi su autografi, si fa scattare foto, chiacchiera come fosse un amico.


 


Un uomo come tanti, semplice come non te lo aspetteresti dopo averlo visto lassù come un dio, a dirigere le nostre emozioni.





 


 


 


 




Dopo tutto questo sarebbe più che logico aspettarsi che la serata sia finita. Ma l'adrenalina che scorre a fiumi non ci permetterebbe mai di dormire. Ed è pur vero che non possiamo continuare il nostro viaggio senza concederci una minima visita della città, che secondo i piani rovinati dalla Ryanair (grazie ancora!) sarebbe dovuta essere durante il giorno.





E allora via per temple bar e strade adiacenti, in un giro di 3 ore (rigorosamente a piedi, date le ristrettezze economiche) che ci presenta il meglio e il peggio della vita dublinese.





Centinaia di giovani vestiti a festa, come fosse chissà che giorno, chissà che evento, e invece è un mercoledì normalissimo, tutti allegri come avessero vinto la coppa del mondo, e invece molti di loro una coppa l'hanno persa, quella della champions league per l'esattezza, eppure indossano la maglietta del Liverpool e ridono a crepapelle in un delirio collettivo che coinvolge tutti, ragazze, ragazzi, irlandesi, spagnoli, italiani,


tutti,


meravigliosamente,




ubriachi.




 


 




Provo a convincermi che ci debba essere una spiegazione a tutto questo.





 


 


E' la finale di champions - dice il tassista, mentre ci accompagna all'aeroporto.





Ma la finale l'hanno persa. Non c'è nulla da festeggiare.


 




Ma non capisci che è una scusa? Oggi è la partita, domani ci sarà un'altra scusa per uscire e ubriacarsi di nuovo e festeggiare. Oggi è mercoledì, inizia il fine settimana che terminerà lunedì prossimo. Poi martedì ci si riposerà e il mercoledì di nuovo, ancora e ancora e ancora.


 


 


 


 


 





Inspiegabile Meravigliosa Follia.


 


 


 


 


 


 





Alle 4 siamo all'aeroporto di Dublino, stesi su dei divanetti più comodi del previsto.


 


Nel caos che ci avvolge, diventa difficile distinguere la fine di un giorno dall'inizio di un altro.

Ed è anche questo a far sì che tutto diventi così incredibilmente magico, quando chiudiamo gli occhi e ci chiediamo quanti mesi siano passati da quando, quasi 24 ore prima, eravamo seduti sulle scalinate delle poste.



 





mercoledì 23 maggio 2007

Alle 7 alle poste.


 


 


 


 


 


 


 


 


Due uomini piccoli.


 


 


 


Pronti a fare la storia.


 


 


 


Quando tornerò scriverò qualcosa, se avrò le forze, e le parole.


 


 


 


Quando sarà più chiara, anche a me stesso, questa follia che ci attende.


 


 


 


 


 


 


 


 


Ci vediamo domenica, gente.