giovedì 13 marzo 2014

Facciamo così, voglio fare una prova. Spengo i fari.

Il nero totale dura un secondo, forse un secondo e mezzo. La macchina sta viaggiando a 60 km orari, in una strada sperduta di montagna. Sono le 9 di una sera di primavera, senza luna. Non si vede assolutamente nulla. Il buio è terribile, palpabile. Riaccendo immediatamente i fari.

Sì, è davvero inquietante.

Da quant'è che stiamo guidando in mezzo a queste montagne? Sarà il buio, la stanchezza, sembrano passate diverse ore, tutto diremmo tranne che siamo solo in provincia di Rieti.
Che poi, che la provincia di Rieti fosse tanto estesa, io manco lo sapevo. Così, per dire.

L'appuntamento è a Leonessa, verso l'ora di cena. Arriviamo alle 21.30, ci fermiamo all'inizio della strada principale. E' deserta ed illuminata da pochi lampioni. Fa freddo per essere maggio.

Chiamo al telefono e non ottengo risposta. Riprovo due, tre volte, alla fine Serena risponde.

Aho, ma dove siete? Sbrigateve che sennò qua se magnano tutto.
Ciao Serena, siamo a Leonessa, dove dobbiamo andare? Ci vediamo qui?
Ah bravi bravi, siete arrivati praticamente...allora io non sto proprio a Leonessa...
Come non stai a Leonessa?
No, ma è vicino, è facile, allora tornate indietro, prendete la seconda strada a destra poi continuate, passate sotto a un ponte, superate Volciano, poi....

Mentre continua a parlare fisso mio cugino, poi mia sorella, già impanicata.

Ma dove siamo finiti, Francé?

Daje, non ve potete sbajà...e sbrigateve così riuscite a magnà qualcosa!


Torniamo in macchina e lasciamo alle nostre spalle quei pochi lampioni che per lo meno ci permettevano di guardarci negli occhi.

Ma è sicura sta cosa, Francé? Non è che stiamo a fà una pazzia? 
Ripetimi ancora: come l'hai trovato il numero?

Le curve di montagna proseguono per un paio di chilometri, sempre nel buio totale, fino a che notiamo in lontananza un puntino luminoso. Deve essere lì, in mezzo al nulla, non c'è nient'altro qui intorno. La mia 206 sempre più scassata si inerpica a fatica sulla strada sterrata. Accanto a noi qualche nitrire di cavalli, e basta.
Parcheggiamo accanto ad un furgoncino bianco, sporco di fango.

Non è molto difficile da descrivere lo spettacolo che si apre davanti a noi. Un casolare di campagna, una specie di villetta diroccata. La classica scena da film horror, dove uno squilibrato mentale attende degli ignari quanto stupidi viandanti che senza alcuna logica apparente si fidano di lui e lo seguono in un tunnel degli orrori. Un po' come "non aprite quella porta".
Ci sono anche dei cani - chissà quanti - che abbaiano fuori dalla nostra macchina, come se avessimo bisogno di un ulteriore monito.

Fra, torniamo indietro, c'ho paura...ma dove siamo finiti?

La porta in lontananza si apre e una donna inizia a sbracciarsi.

Ehiiiiii! Ce l'avete fatta!! Dai che vi abbiamo lasciato qualcosa!

Dai Manu, andiamo, ci presentiamo e poi al limite scappiamo

Ohé ma che c'avete paura dei cani??

No no, tranquilla...arriviamo...

Nel buio mentre ci avviciniamo si intravedono i suoi occhi azzurri, luminosissimi. I lineamenti del volto non sembrano quelli di un'assassina, tutt'altro. C'è una dolcezza che non traspariva certo dalla sua voce roca, sfiatata.
E' il resto del corpo a fare paura, le spalle possenti, le braccia, la sua mano nodosa che stritola la mia.

Piacere Francesco, sono Serena
Ciao Serena, molto piacere, allora lei è Emanuela, mia sorella, e lui Massimiliano, mio cugino
Venite, entrate ragazzi, vi aspettavamo, mancavate solo voi

Ci guida nel corridoio di casa, seguita da un cane spelacchiato. Ci sono foto appese al muro, abita davvero lì. Giacconi sporchi appesi ai muri, vestiti buttati alla rinfusa, qualche giocattolo. Si sente chiacchierare, voci di uomini, da osteria. In fondo al corridoio, sulla sinistra, si apre una stanza con una grande tavola apparecchiata, attorno alla quale siedono una dozzina di persone. Quasi tutti uomini, quasi tutti oltre i 50 anni. Appena entriamo ci guardano come fossimo alieni. Fissano Emanuela, in particolare, ridacchiano tra loro, ci offrono da bere.

Come hai detto che ti chiami tu? Emanuela giusto? E allora devi bere!

Al centro della tavola un pentolone. Una donna - Lella, come si presenterà da lì a poco - ci prepara i piatti.

Ragazzi ve piace l'amatriciana, sì??
Sì ma...
Ecco, allora magnate dai


E' tutto surreale. E' gente di provincia, è gente vera e viva, genuina, e noi siamo così ridicoli con i nostri imbarazzi e il nostro essere così inadeguati a tutto questo. Deve essere questo a risultarci strano, oppure il fatto che stanno per ucciderci, prendersi i nostri soldi e dare i nostri corpi in pasto ai maiali.

Da qualche parte lì vicino ci saranno sicuro, dei maiali.

Ahò ragazzi organizziamoci un attimo per domani!

Serena è la più giovane lì in mezzo, ma tiene testa a quella massa di ubriaconi. E' lei che comanda.

Allora, chi se lo prende Cico? Voi tre ragazzi come montate, all'inglese o all'americana?
Emm...ecco...forse è necessario un chiarimento...cioè, come ti avevo detto al telefono, il nostro livello è moooolto amatoriale...
Ma sapete sellare un cavallo, vero?
Ecco, appunto: no. Noi siamo andati ogni tanto ad un maneggio e abbiamo fatto delle passeggiate...siamo anche andati al trotto, o al galoppo, ma ti parlo di anni fa...come ti dicevo forse questa cosa della transumanza è un po' oltre...
Ma noooo! Ma non ti preoccupare! Allora signori, mi raccomando, quelli più esperti aiutano quelli meno esperti, questa è la regola numero uno!
(Ah francé, andiamocene, ma che siamo venuti a fare? Dai fai il serio...)
Ecco Serena, guarda non vogliamo essere un peso, davvero, domani torniamo tranquillamente a Roma, ci siamo fatti una gita fuori porta...
Ma che scherzi?! No no, restate con noi...dai, allora monta inglese o americana?
Ma che ne so?! Boh, forse inglese...ma il punto è...
Perfetto! Allora dai Chiara, segna, Pippo lo diamo a Emanuela, stai tranquilla è un boccalone, lo monta mi fija che c'ha sei anni...a Massimiliano gli diamo Birillo, è giovane ma buono, a Francesco America...
...cazzi tua....

...come scusi?
...no no, niente...
Ma smettila Bonaventura, non è vero! America è tranquillissima!
...sì sì, tranquilla, ma intanto stamattina...
Ma che c'entra...stamattina pioveva, un tempo da lupi...vabbè comunque Francesco si prende America, Cico lo diamo a zio Frank...

Serena continua ad elencare nomi di cavalli, fa tutto per conto suo.
Emanuela al mio fianco è cadaverica. Domani pioverà, pioverà per tutto il week-end, ci dicono. E di pioggia ne ha già fatta tanta anche oggi.
E' tutto molto più estremo di quanto avessimo immaginato.

Tu e le tue idee del cavolo, c'aveva ragione papà, questa non è un'idea, è una cazzata. 
Domani torniamo a Roma.

Quattro giorni a cavallo per spostare una mandria di cinquanta cavalli da Contigliano a Leonessa in compagnia di un gruppo di perfetti sconosciuti. Via il lusso e le comodità cittadine, mettiamoci alla prova. A pensarlo così non sembrava un'idea troppo malvagia. Ma lo scontro con la realtà è terribile. E' bastato entrare in quella casa per capirlo: non ce la possiamo fare.

Bene allora ragazzi tutto chiaro. Voi tre andate a dormire da Paolo e Lella, poi vi porteranno dove abbiamo lasciato i cavalli e da lì andremo a prendere la mandria. Forza ragazzi che domani si parte presto, tutti a letto.

Paolo è un omone grosso, avrà più di 60 anni. Sorride poco e parla meno. Ci squadra dalla testa ai piedi prima di dire "ok, andiamo", e farci strada fino al suo bed & breakfast. Lella, sua moglie, è più amichevole. Ci mostra la stanza, ci porta degli asciugamani, ci mostra i bagni.

Perfetto, grazie mille, buonanotte Lella.

Io, manu e massi ci guardiamo negli occhi.


Tanto domani torniamo a casa.

domenica 1 settembre 2013

E' come una confessione che faccio qui, un luogo dove posso borbottare tra me e me. Facebook ormai serve per parlare, il mio blog per parlarmi addosso. Ci sono storie che mi va di raccontare solo a me e a quei pochi che vogliono avvicinarsi per sentirle, mentre borbotto. Questa è una di quelle.

Zia aveva 92 anni la seconda volta che è morta. È iniziato tutto con un delirio, sempre meno lucido. Vedeva persone, programmava viaggi a Milano con il padre. Se non mi portate i biglietti, ci vado a piedi, a Milano. Ha provato anche ad alzarsi, lei che non camminava da cinque anni, costretta su una sedia a rotelle da due gambe troppo deboli per reggere il suo peso.
Poi i deliri sono cessati, ha iniziato a vomitare, ed è crollata. Una specie di coma, a quanto hanno detto.
Io non l'ho mai vista, una persona in coma. Non la immaginavo così. Pensavo fosse immobile, gli occhi chiusi, come un sonno più profondo o una morte più leggera. Lei non era così. Nel suo coma respirava borbottando, si agitava, sbuffava senza tregua. L'ha fatto per tutta la notte, non si è fermata per un minuto. Mia nonna, accanto a lei, ha recitato un rosario.
Che passi, questa notte dannata.
Che passi questa notte, per favore.

Mia nonna non pregava da anni, credo.

Erano ancora le 11 quando la dottoressa accanto a lei ha detto "dobbiamo solo aspettare che passi la mezzanotte". E ha aggiunto: "non hai idea di quante persone se ne vadano a mezzanotte, deve avere a che fare con la luna, le maree, il magnetismo...che ne so io, fatto sta che è così"
C'era un altro dottore in casa che ha confermato: è solo questione di ore.

"Vai a dormire, resto io qui"
"No, voglio restare"
"Potrebbero volerci ore, un giorno intero, non ha senso che restiamo in due"
"Allora tornerò a darti il cambio, alle 4.00, è l'unica cosa da fare"

Alle 4.05, appena sono arrivato, zia era ancora lì. In coma. Lungo la via ho pregato, come avevo fatto anni fa. Allora ero stato ascoltato, stavolta non funzionerà.
Quando nonna mi ha visto ha solo mormorato, non ce la farà.

Eppure zia ha resistito, incredibilmente. La notte è passata e per tutta la mattina ha continuato il suo incosciente ed inquieto borbottare. Anche quando non c'ero più io, altre persone vegliavano il suo respiro affannoso sempre più lieve.

Alle 11.30, nel pieno della mattinata, anche quel respiro affannoso si è interrotto. È stato tutto molto semplice: il volto si è fatto più bianco ed emaciato, ed è finita lì. Chi l'ha vista non ha potuto fare a meno di affermare: "ma guarda, se n'è andata così, in semplicità"
Solo Dio sa quanto tempo è rimasta in quello stato. Probabilmente non molto. Poi il respiro come se n'era andato così è tornato, con la stessa semplicità e delicatezza. È ripreso l'affanno ed il borbottio, come se zia volesse prendersi un po' di tempo in più, per salutare davvero tutti. 

Poche ore più tardi è suonato il citofono. Sua nipote era sola in casa ed è andata ad aprire ad un'amica, passata per farle forza. 
Al suo ritorno nella stanza da letto la zia in coma irreversibile, la zia il cui cuore aveva smesso di battere, la zia che già anni prima era stata data per morta, quella stessa zia la guardava negli occhi, sorridendo.
Parlava, come risvegliatasi da un lungo sonno. 
E faceva le sue solite battute, come se morire fosse solo uno scherzo, qualcosa di cui burlarsi di tanto in tanto.

Zia aveva 92 anni, ed era la seconda volta che moriva.

Io non so perché o come sia possibile. So solo che ancora oggi, a raccontarlo, mi commuovo.

venerdì 25 gennaio 2013

Il vuoto esistenziale di MSN. Ascesa, parabola, declino.




Ma perché, tu ancora usi MSN?

Di oltre un centinaio di contatti, sporadicamente ne trovo connessi tre o quattro.
Solo due o tre li uso per chattare.

Ma a me piace così. Anzi, non ho mai amato MSN come negli ultimi anni.

Sì, per carità, è bello facebook, è bello stare con la gente, stare con la massa, condividere cose.
Ma MSN col tempo è diventato qualcosa di diverso: non è più un posto dove incontrare gente, non è più il ritrovo, non è più la comunicazione di massa.
E' diventato un eremo, un pagano "Sacro Speco" dove ritirarsi. Un luogo filosofico dove NON incontrarsi, un deserto virtuale, un non-senso affascinante.
Ci si sta bene, è spazioso, crea complicità se non con gli altri almeno con sé stessi. Ecco è questo il punto: ti colleghi a MSN e ti muovi verso te stesso anziché verso gli altri. Vuoi mettere? Un posto così è necessario, è un servizio di pubblica utilità.

Purtroppo però ci sono di mezzo i soldi. Nessuno ti regala nulla a questo mondo, figurarsi una piazza virtuale così assurda, un luogo dove pian piano non ci sarà più nessuno.

E così quel giorno sta arrivando, è nell'aria. Non sappiamo ancora quando, ma molto presto MSN chiuderà i battenti, ci si sposterà tutti su skype.



{Che poi non ho mai capito il motivo di questa passione per skype. A livello di chat MSN sta avanti. E pure su MSN si possono fare le videochiamate. Ma vabbè.}



Un altro pezzo di passato che se ne va.
Si cresce, si cambia.




Onore a te MSN, per le nottate passate a chattare, per le persone che mi hai fatto conoscere, per i contatti che mi hai fatto mantenere quando ero in Spagna, per le infinite partite ai tuoi giochi.
Onore soprattutto per quello che sei diventato negli ultimi tempi, quando non ti cagava più nessuno, come Lucio Battisti, come i veri grandi. Perché è vero che le masse sono stupide e il tuo valore non l'hanno capito fino in fondo.

Onore a te, e addio.

Ti sia lieve la terra virtuale.

mercoledì 23 gennaio 2013

....e poi si torna

Una delle foto più belle e significative che ho si trova a casa di mia nonna. La tiene appesa in cucina, nel suo regno - anche questo dettaglio è importante.

La foto di per sé non ha nulla di poetico, o memorabile: sono io, al volante della mia storica 206, mentre mi tolgo la cintura di sicurezza. Il volto è stanco ma sereno. Anche se con gli anni non sono poi cambiato molto, si vede che è una foto scattata diverso tempo fa.


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Estate 2004.

E' stato studiato tutto nei dettagli da mesi. Non è un programma di viaggio, è un piano di guerra. Su un foglietto a quadretti strappato c'è scritto tutto, giorno di partenza, prima fermata a Sainte-Maxime, poi Barcellona, poi tutto il resto. Totale: venti giorni, scanditi con un ritmo ed una precisione impressionanti.

Oh, questo è il piano teorico, poi abbiamo le macchine, alle brutte cambiamo programma. O torniamo.

Diamine abbiamo vent'anni. E abbiamo programmato nei dettagli un viaggio che solo un pazzo avrebbe approvato.

Alla partenza siamo in cinque, con due macchine. Non ha senso provare a raccontare quel che è stato, un libro non basterebbe, né le mie parole saranno mai adatte a tutto questo. Ciò che posso fare è lavorare per immagini, come ho sempre fatto, pochi piccoli flash di emozioni che ancora ritrovo qui, a distanza di quasi 10 anni.


I due cd del viaggio - uno giallo e uno rosso - con The Shining in apertura.

L'arrivo a Sainte-Maxime: "chi di voi è mio cugino?"

L'incontro con Francesco, a Platja D'Aro.

L'ospitalità delle famiglie di Barcellona.

La stanza confetto della bambina morta.

Il cantante lirico argentino.

Le lattine di fagioli aperte con una vite arrugginita.

L'incontro con Ignazio a Saragoza e la visita della biblioteca.

Il deserto tra Saragoza e Madrid.

Gandalf, il barbone.

La cancion del Mariachi.

Avila, Segovia, Salamanca, in un giorno solo.

Baccini.

La pazzia di Flavio, Madrid, Malaga, Salamanca, tutto in una notte.

Il messaggio mandato a mia madre:
"Stamattina stavamo con Francesco e Sara a Salamanca, stasera siamo ad un concerto di flamenco a Cordoba".

La Cucaracha.

Il cigno che da Siviglia prende un aereo, parte e torna a Roma.

Il cambio di programma, niente Toledo, andiamo al mare, andiamo a Valencia.

Il ritorno a Barcellona, che sembra già un ritorno a casa.

David e la sua famigia.

La cena a Genova con il sottofondo di Genova Blues.

I saluti, Flavio va da solo, io e Dani accompagnamo Federico a casa dei parenti nell'hinterland milanese.






...e poi si torna.

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Ecco, il punto è quello: che poi si torna.

E' un viaggio la nostra vita, ma non avrebbe senso se non ci fosse un ritorno - che non è un tornare sui propri passi, questo no.
In molti pensano il contrario, che il viaggio debba essere per sempre, sempre avanti, senza tornare mai. Anch'io lo pensavo un tempo, ma ora non lo credo più.
E per quanto assurdo possa sembrare, a volte è proprio il pensiero del ritorno a spingere più in là il viaggio. Ancora più in là, vediamo un altro po', perché valga poi davvero la pena tornare, e perché quel ritorno sia davvero per sempre.
Non è un caso che il Signore degli Anelli termini proprio così, con quel "sono tornato" che racchiude anche più di quello che sto cercando di esprimere qui.

Prima di partire per l'erasmus, una ragazza mi dedicò una poesia di un poeta greco, Kavafis, chiamata Itaca.
Credo sia questo in fondo il senso di quella foto.

La foto del mio primo ritorno - prima che del mio primo viaggio.


Quando inizierai il tuo viaggio verso Itaca,
prega che la strada sia lunga,
ricca di avventure, ricca di conoscenza.
Lestrigoni e Ciclopi,
Poseidone furioso – non averne timore:
non ne incontrerai mai sul tuo cammino,
se i tuoi pensieri rimarranno alti, se una gentile
emozione accarezzerà il tuo spirito e il tuo corpo.
Lestrigoni e Ciclopi,
Poseidone selvaggio, non li incontrerai mai
se già non li porti dentro la tua anima,
se l’anima non li frapporrà ai tuoi passi.
Prega che la strada sia lunga.
Che le mattine d’estate siano molte, quando
con grande piacere, con grande gioia,
entrerai per la prima volta in porti mai visti;
fermati ai mercati fenici,
compra le merci migliori,
di madreperla e corallo, ambra ed avorio,
caldi profumi di ogni genere -
profumi caldi quanti ne puoi portare.
Visita molte città egizie,
per imparare ancora ed ancora dai sapienti.
Tieni sempre Itaca a mente:
raggiungerla è il tuo ultimo scopo.
Non affrettare però minimamente il viaggio,
meglio lasciarlo durare molti anni;
attraccare alfine all’isola quando sarai vecchio,
ricco di tutto ciò che avrai raccolto per strada,
senza pretendere che Itaca ti offra altri tesori.
Itaca ti ha donato il Viaggio meraviglioso.
Senza di lei tu non saresti mai partito per la tua via.
Essa non ha null’altro da offrirti.
Se la troverai povera, non credere che Itaca t’abbia ingannato.
Saggio come sei diventato, con sì tanta esperienza,
avrai già compreso cos’Itaca realmente rappresenti.

mercoledì 16 gennaio 2013

Ecco, sempre qui, è questo il punto

"Aspetta, e se provo a passare di là?"

Ma no, l'abbiamo già fatto

"E nel tombino? Non il primo, il secondo"

Il secondo?

"Sì, quello lì, in alto a destra"

Il secondo tombino...no, non ci sono mai entrato nel secondo tombino, non l'avevo visto

I miei occhi lo guardano ammirato. Quasi con devozione.

Magari è lì non lo so

"Oh, io vado, speriamo bene"

Il fatto è che lui ci sa fare. E' l'amico che ha successo, quello forte a calcio, l'asso con i videogiochi, quello che conquista gli amici. Io no, io sono timido. Anche se non lo ammetterei mai, essere suo amico mi fa sentire più forte, più protetto.

Prova a salire lì su quella scala dai, sali fino al tetto

"Sì eccolo ci siamo!"

Ha lui in mano il joystick. Siamo a casa mia, il Nintendo è il mio, il videogioco delle Tartarughe Ninja è il mio. Ma mi fido di lui più che di me stesso. E poi diamine, io sono mesi che ci provo, non sono mai riuscito a finire quel maledetto terzo livello. Non riesco ancora a credere che siamo così vicini all'uscita.

"Quello è Splinter!! E' legato!! Dobbiamo battere il mostro!"

Sono in fibrillazione. Non faccio che urlare dai dai dai ce la possiamo fare. Lui sta zitto, è concentratissimo. Spinge su quei tasti, A, B, sembra sapere benissimo cosa debba fare e lo fa, con precisione chirurgica. Un colpo. Un altro colpo ancora. Dai che manca poco. I battiti del cuore aumentano, le dita sono sudate. Leonardo con la sua spada continua ad infierire. Un colpo ben assestato. E' l'ultimo: il nemico è sconfitto.

"Eddai!!"

Mentre Splinter viene liberato saltiamo entrambi con un grido di gioia che non basta ad esprimere l'adrenalina che abbiamo in corpo. E' un unico salto, liberatorio come non mai. E' un unico salto, fatto tenendo in mano il joystick, attaccato alla console.
E quindi è una conseguenza - perché la vita non è altro che una serie di conseguenze delle nostre libere scelte - che, assieme a noi, salti anche quella scatola grigia che ci ha tenuti inchiodati davanti alla tv per chissà quante ore.
Avviene tutto in un istante, l'adrenalina pura, la gioia incontenibile, l'agghiacciante presa di coscienza. La liberazione di Splinter è interrotta, l'immagine si ripete discontinua sulla tv, non va avanti. La luce del Nintendo lampeggia.


Si è bloccato tutto.

Dobbiamo riavviare, o meglio spegnere, dimenticare tutto, uscire all'aria aperta e provare a mettere da parte la delusione. Basta così, facciamo finta di non aver visto nulla.


Da allora ci ho provato altre volte ad arrivare fino a lì, sul tetto di quella casa, per liberare quel povero sorcio incatenato. Giuro quell'immagine mi ha perseguitato per anni, la ricordo ancora come fosse ieri.
Non ce l'ho mai fatta, vinto anche dalla mia solita incostanza e pigrizia mentale.

Ma ora basta, è giunto il tempo di riprendermi ciò che mi spetta di diritto. Oggi mi prenderò la mia rinvicita sulla Storia.

http://nesbox.com/game/teenage-mutant-ninja-turtles



"The game received criticism for its difficult gameplay, being noted by many fans and critics as being one of the more frustrating NES games made." (fonte: Wikipedia inglese)




AGGIORNAMENTO:

Te lo dovevo, Splinter.
Scusami per aver tardato tanto.



 
 

mercoledì 19 dicembre 2012

Il rito

Una volta conobbi un vecchio, seduto alla fermata dell'autobus. Ci mettemmo a parlare del tempo, della politica, dei giovani che non sono più quelli di una volta e che pure, poverini, devono affrontare tanti di quei problemi. Chissà dove lo trovano il coraggio, si chiese ad alta voce.
Poi si fermò d'un tratto - sembrava pensare ad altro - mi fissò negli occhi e mi chiese: Tu credi?
Sì, risposi. Lo dissi con fermezza, deve essere stato quello ad averlo stupito.
Allora ti faccio un regalo, mi disse. Ti regalo una cosa che mi venne regalata quando avevo più o meno la tua età. Si tratta di un segreto. O di un rito. Chiamalo come vuoi, sta a te decidere se accettarlo o cestinarlo. Il mio regalo è questo: ogni sera, prima di addormentarti, ringrazia il Signore per tre cose che sono avvenute durante il giorno. Possono essere di più se vuoi, ma mai meno di tre. E' importante: mai meno di tre. Ed è importante farlo una volta sdraiati a letto, un attimo prima di chiudere gli occhi ed addormentarsi. Non farlo mentre ti metti il pigiama o mentre ti lavi i denti. Questi dettagli sono importanti, perché non sia un...una idea romantica, ecco, non è una sorta di ventata di ottimismo prima di andare a letto. E' molto diverso. E' un rito, è qualcosa di più importante e di molto ricco, se fatto con fede. Pensaci: ogni giorno che Dio ci concede su questa terra, qualunque cosa sia accaduta, lo terminiamo sempre nello stesso modo, chiudendo gli occhi e addormentandoci. Per gli antichi era un po' come morire. Per questo è importante santificare quel momento lì, perché l'ultima cosa che faremo quando moriremo, chiudendo gli occhi per l'ultima volta, possa essere benedire e non maledire, ringraziare e non accusare. Vivere e non morire, in un certo senso.
Lo guardai in silenzio. E' un bellissimo regalo, dissi. Grazie.
Sono contento che ti piaccia. E' importante anche questa cosa dei riti. Ora non è più come una volta, ed è un peccato. Prendi ad esempio il...oh...il mio autobus, è arrivato finalmente...beh ti saluto giovanotto, passa una buona giornata.

Si alzò zoppicante e sorridente, e salì sul 309.
Le porte si chiusero dietro di lui.


Non lo rividi più.

venerdì 16 novembre 2012

Ho ucciso molti uomini - mi hai detto.


La televisione accesa, l'interno è quello di una camera d'albergo extra lusso.
L'uomo in piedi davanti alla finestra guarda fuori, il sole sta sorgendo sul Bosforo.
Nel bagno c'è la doccia aperta. Una ragazza si sta lavando.
L'uomo ha appena finito di scrivere un racconto su un foglio di carta bianco. La penna è adagiata accanto alle ultime parole: "E quel bambino, ero io".
Si sta chiedendo cosa ci sia di vero in quello che ha scritto. Sicuramente non c'è nessun acquario vuoto lì, questo è evidente. E nemmeno sta impugnando una pistola. Ma tutto il resto?

E' un ricordo? Un'invenzione?
Dove finisce il reale e dove iniziano gli scherzi della mia mente?

E' il confine, quello è il difficile da trovare, puoi impazzire a cercarlo per anni. Il confine tra terra e mare, tra anima e psiche, tra realtà ed invenzione.
Il confine tra psicosi e normalità, se solo esistesse davvero la normalità in questo mondo.

Disturbo borderline di personalità: forse è di questo che si tratta.



Che vuol dire?
Che vuol dire cosa?
Quello che hai detto stanotte. Ho ucciso molti uomini, mi hai detto
 
La ragazza è uscita dalla doccia, si è infilata l'accappatoio, si é asciugata. I capelli biondi sono scombinati, scendono confusi sopra il suo seno, coprendolo solo parzialmente. È alta, quasi quanto lui.
Lo guarda fisso negli occhi, e non c'è nel suo sguardo alcuna traccia del sorriso che mesi fa gli tolse il sonno.
Guardandola in piedi, nuda di fronte a lui, l'uomo si sorprende a tremare.

E' come se lo avessi fatto.

Con una grazia da fermare il cuore, si sfila l'accappatoio e si siede sul letto, ancora sfatto.
Sempre senza un sorriso.
È quello ad essere davvero agghiacciante, non le sue parole, nè i suoi gesti così freddi e distaccati nella loro perfezione estetica. È quella totale assenza di sorriso, la mancanza di un conforto che ormai non è più.

Ecco perché sta tremando.
Si sentiva a casa pochi minuti fa. Ora è in un posto sconosciuto, per la prima volta.


E non averlo fatto è stato proprio come averlo fatto.


Che intendi?

Non sono una bella persona, Jeff. Tu non mi conosci affatto. Gli uomini vengono da me cercando un conforto, attratti dalla mia bellezza, dalla mia intelligenza, dalla mia ironia. E tutti - tutti - fanno una brutta fine. Certo non ho mai ucciso nessuno veramente, ma è come se lo avessi fatto. Sono una fiamma accesa che puoi ammirare solo da lontano. C'è una distanza di sicurezza, capisci? Una distanza che devi mantenere per restare vivo, e godere di me e non bruciare. Ma questa distanza non l'hai rispettata. Ne ho visti tanti cadere e bruciare in questo modo assurdo, per un errore tanto ingenuo. Tu non sei che uno dei tanti. Cazzo, siete delle specie di falene. E siete maledettamente prevedibili.

Io non sono uno dei tanti, non sono come gli altri.

Infatti, sei peggio di loro. Stai bruciando e nemmeno te ne sei accorto.

Non é vero, sto benissimo. Mai stato meglio.

Sorride, meglio che può.

Ho anche iniziato a scrivere un racconto. Finalmente ho ripreso a scrivere. Ho superato il mio dannatissimo blocco. Avevo ragione a pensare che tornare qui mi avrebbe aiutato.

Sì, la storia di un bambino che uccide un uomo seduto su una panchina. Bel racconto, complimenti.

Come fai a saperlo? Non te ne ho parlato.

Sì che lo hai fatto, solo che non lo ricordi con esattezza, si torna sempre lì. È una storia vecchia quella, una brutta storia che ancora non hai superato. Ma il punto non è questo.

E qual è il punto allora?

Il punto è che sei un matto schizzato, matto come un cavallo. Sei impazzito del tutto quando me ne sono andata, e da allora non ti sei più ripreso. Oddio, non che prima fossi del tutto normale, con quella sindrome strana che hai solo te. Ma da quando me ne sono andata, è tutto peggiorato.


Lui la guarda negli occhi. Ora vorrebbe andare via, essere altrove.



Facciamo così, ti piace scrivere giusto? Ho un nuovo racconto per te.


Si alza in piedi, ancora nuda attraversa la stanza fino a sedersi sulla sedia davanti alla scrivania. Per tutto il tragitto lui non le ha tolto gli occhi di dosso. Continua ad osservarla mentre scrive alcune frasi su un foglio, accanto al racconto che lui ha lasciato lì, incompiuto.

Finalmente finisce, alza lo sguardo, lo fissa sugli occhi di lui.

Vediamo se ora capisci.

Gli porge il foglio e torna a sedersi sul letto.

Sono solo poche righe, sembrano una parte di un racconto, la descrizione del dialogo tra un ragazzo e una ragazza eppure terminano con le parole "si rigirò nel letto, solo".



Ma non è importante il racconto in sé.
Il punto è la scrittura, la grafia, che è la stessa dell'altro foglio.

Quello che ha scritto lui.










Non ha bisogno di alzare gli occhi dal foglio per capire che lei non è più lì.